Bentornati nel blog de lunedì.
Oggi voglio riprendere una rubrica che mi sta molto a cuore: la storia dei colori.
Non vedevo l’ora di tornare a raccontare i miei colori preferiti e oggi vi parlerò dell’indaco.
Nonostante io abbia una gran varietà di colori in ogni formulazione possibile nella mia cassetta degli attrezzi, non c’è niente da fare, torno sempre lì. L’indaco mi affascina e mi attrae come una calamita.
Si tratta di un blu intenso, scuro, dalla storia millenaria.
I primi documenti scritti che riguardano l’uso di questo colore, sono delle tavolette babilonesi in argilla risalenti ad un periodo compreso tra il 500 e il 600 a.C. nelle quali si spiega il procedimento utile a tingere la lana di blu scuro.
Successivamente, nonostante i nome indaco derivi dal greco indikos (ovvero “sostanza che viene dall’India”) varie popolazioni, in varie parti del mondo, hanno imparato a ottenere questo pigmento indipendentemente e ognuna con i propri metodi.
La pianta da cui si può estrarre si presenta sotto varie specie, tra cui il guado, ma la più famosa e apprezzata è di sicuro l’indigofera tinctoria, un arbusto aggraziato caratterizzato da piccole infiorescenze rosa.
Le operazioni manuali che nell’antichità portavano a ottenere l’indaco sono dispendiose e complesse e hanno determinato i suoi costi elevatissimi ma questo pigmento ha il pregio di non avere bisogno di mordente per essere fissato nei tessuti e riesce a domare anche fibre capricciose come la seta, il cotone e il lino il che rendeva il suo valore praticamente inestimabile.
Dal Perù all’Indonesia, dal Mali alla Palestina, l’indaco veniva usato in passato per le tradizioni funerarie e di sepoltura. Gli Egizi utilizzavano stoffe blu per i sudari delle mummie fin al 2400 a.C. e anche il guardaroba funerario di Tutankhamon era quasi interamente indaco.
Anche nel Nordafrica i guerrieri tuareg usano un foulard chiamato tagelmust dal brillante color indaco che viene posto sulla testa dei membri più prestigiosi della comunità.
Gli antichi Romani lo importavano pagandolo venti denari per mezzo chilo, un prezzo elevatissimo per una merce che è sempre stata un caposaldo del commercio globale.

Durante il Medioevo e il Rinascimento l’indaco veniva utilizzato dagli artisti per cieli e paramenti sacri. Leonardo Da Vinci ne fece largo uso nel suo affresco L’ultima cena.
Lo sfondo scuro della Ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer è caratterizzato da un largo uso dell’indaco che in quel periodo veniva coltivato e importato dal Guatemala.
Nel 1865 il chimico tedesco Adolf von Baeyer riuscì a produrre una versione artificiale dell’Indaco puro grazie al finanziamento di un colosso farmaceutico tedesco e da quel momento la storia di questo pigmento cambiò.
Da bene di lusso si trasformò nel colore della forza operaia e dei colletti blu nelle fabbriche sia in Europa che in Giappone e in Cina grazie all’iconico completo blu di Mao. Questo cambiamento lo rese il colore ideale per tingere il blue jeans uno degli elementi che rappresentano, come diceva Armani: “la democrazia della moda”.
Nell’arte due degli esempi di uso dell’indaco che mi hanno colpito di più sono La notte stellata e gli Iris di Van Gogh che ho mi hanno stregato quando sono stata al museo d’Orsay a Parigi e i lavori di Yves Klein che mi hanno molto impressionata quando li ho visti esposti al Centre Pompidou.
Io trovo che questo colore sia stupendo, magnetico e pieno di storia. Ho iniziato a usarlo con i miei primi acquarelli da studio Windsor&Newton ma la versione che amo di più è quella dei Daniel Smith, che ha una consistenza misteriosa e affascinante.
E tu? Hai mai usato il blu indaco per i tuoi lavori artistici?
Sei attratto dalla sua profondità e dalla sua millenaria storia?
Scrivilo nei commenti!
Noi ci ritroviamo come sempre qui, nel blog del lunedì!

