San Gennoir - copertina

Dalla Raccolta San Gennoir a cura di Gennaro Chierchia :
“più di trenta racconti neri su Napoli scritti dalle nuove promesse della narrativa italiana.”

Una lenta morte d’acqua

Nel 2006 Aldo Putignano, tra le altre cose, lavorava presso l’editore Kairos come curatore di una collana di narrativa che prendeva il nome dalla Compagnia di scrittura Homoscrivens di cui lui stesso era direttore. Aldo chiese a Gennaro Chierchia, scrittore e talent scout, di curare un’antologia di racconti noir ambientati a Napoli. Così nacque Sangennoir, a cui avevo l’onore di partecipare anche io assieme ad autori del calibro di Maurizio de Giovanni, Paolo Roversi, Simonetta Santamaria, Flavia Piccinni, Pino Imperatore…

Fu un’esperienza per me inedita perché non avevo mai scritto un racconto noir pur essendo una grande appassionata di gialli (e una maniacale collezionista di opere di Agata Christie). Ne venne fuori Una lenta morte d’acqua.

Un testo ovviamente metaletterario con tanti incastri di prospettive come ero solita fare in quel periodo. Scrivevo appena staccavo il turno in libreria. Vivevo a casa di mia nonna, un palazzo stile liberty nel cuore del Vomero. Avevo una poltrona degli anni Cinquanta, un lume di fine ottocento appartenuto alla mia bisnonna, e il portatile appoggiato sul piano della Singer che mia nonna usava per cucirci i vestiti quando eravamo piccole io e mia sorella. Un piccolo stipendio per potermi pagare da vivere e tutte le ore della notte per scrivere. Insomma tutto quello che un autore esordiente vorrebbe dalla vita…

«Il caldo mi soffoca. Penso: adesso muoio. Penso: il mio corpo non reggerà a lungo. Penso: sarà pure una macchina perfetta. Ma non è stato creato per resistere a questa temperatura. Penso: morirò. E se proprio devo morire, almeno adesso mi fumo l’ultima sigaretta. Allora frugo tra le macerie della notte e trovo un pacchetto spiegazzato. Ne prendo una e inizio a tirare il fumo dal tabacco che brucia, voracemente. Mi affaccio alla finestra. Napoli è vuota, la madama miseria».

La recensione di Giuseppe D’Emilio, a questo link.

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Composizione 1