Conciliare maternità e arte secondo Natalia Ginzburg

Conciliare maternità e arte

secondo Natalia Ginzburg.

 

Se la maternità sconvolga a tal punto la vita di una donna da non permetterle più di dedicarsi alla sua arte come avrebbe fatto se non avesse avuto figli, è un argomento a lungo dibattuto almeno a partire dall’inizio del Novecento. Il tema è caldo soprattutto per chi considera l’arte come un lavoro, qualcosa da perseguire con rigore e metodo oltre che lasciandosi trasportare dalla propria ispirazione.


La stessa domanda me la sono posta anch’io infinite volte
mentre la maternità sconvolgeva completamente la percezione che avevo di me, delle mie parole, del mio corpo e del mio tempo. E la risposta non l’ho ancora trovata perché credo che non esista. Quello che esiste sono le esperienze delle persone. Il modo in cui questo momento così significativo e denso della vita viene affrontato, superato, gestito, elaborato dalla singola donna, artista o meno che sia.

Non so se capita anche a voi, ma quando ho un dubbio, oltre che condividerlo con le persone che mi circondano, cerco una risposta nei miei libri. Sono convinta che i libri ci parlino, che dialoghino con noi e che, a seconda della fase della vita in cui li leggiamo o rileggiamo, ci diano delle risposte.

Quando leggevo i suoi romanzi all’Università per scrivere la mia tesi di laurea, quello che mi colpiva di Natalia Ginzburg era il rigore. Questa donna, la cui vita è stata attraversata in maniera durissima dalle vicende della Seconda Guerra Mondiale, dichiarava essenzialmente che la scrittura è un mestiere:

«Il mio mestiere è quello di scrivere e io lo so bene e da molto tempo. Spero di non essere fraintesa: sul valore di quel che posso scrivere non so nulla. So che scrivere è il mio mestiere […] adopero degli strumenti che mi sono noti e familiari e li sento ben fermi nelle mie mani»1.

E più avanti:

«Questo mestiere non è mai una consolazione o uno svago. Non è una compagnia. Questo mestiere è un padrone, capace di frustarci a sangue, un padrone che grida e condanna. Noi dobbiamo inghiottire saliva e lacrime e stringere i denti e asciugare il sangue delle nostre ferite e servirlo. Servirlo quando lui lo chiede»2.

 

Quindi la scrittura è un mestiere, una cosa seria, una cosa che non si può fare “con una mano sola”. Ma come conciliare questo “mestiere” con la maternità?

«E poi mi sono nati dei figli e io sul principio quando erano molto piccoli non riuscivo a capire come si facesse a scrivere avendo dei figli […] m’ero messa a disprezzare il mio mestiere»3.

Ecco, non so voi, ma io questa sensazione la conosco benissimo.

In un’intervista alla Fallaci, la Ginzburg ribadisce il concetto:

«Io per esempio il primo anno che avevo Carlo avevo sempre paura che mi morisse sebbene fosse un bambino floridissimo: e quindi non c’era spazio per scrivere, c’era spazio solo per questo rapporto fra lui e me. Non potevo lasciarlo nemmeno col pensiero»4.

 

E anche questa è una sensazione che trovo estremamente familiare.

Quello che invece mi ha fatto riflettere molto sono le parole della Ginzburg, che di figli ne ha avuti ben cinque, su come è riuscita a riappropriarsi del suo rapporto con la scrittura. Ed è questo il punto della questione, ciò che vorrei condividere con voi.

Ne Le Piccole virtù la Ginzburg dice:

«I bambini mi parevano una cosa troppo importante perché ci si potesse perdere dietro a delle stupide storie, stupidi personaggi imbalsamati. Ma avevo una feroce nostalgia e qualche volta di notte mi veniva quasi da piangere a ricordare com’era bello il mio mestiere […]. Pensavo che l’avrei ritrovato un giorno o l’altro, ma non sapevo quando: pensavo che avrei dovuto aspettare che i miei figli diventassero uomini e andassero via da me. Perché quello che avevo allora per i miei figli era un sentimento che non avevo ancora imparato a dominare. Ma poi ho imparato a poco a poco»5.

La Ginzburg tornò a scrivere mentre preparava ancora “sugo di pomodoro e semolino”:

«Ricominciavo a scrivere come uno che non ha scritto mai, perché era già tanto tempo che non scrivevo, e le parole erano come lavate e fresche, tutto era di nuovo come intatto e pieno di sapore e di odore. Scrivevo nel pomeriggio, quando i miei bambini erano a spasso con una ragazza del paese, scrivevo con avidità e con gioia, ed era un bellissimo autunno e mi sentivo ogni giorno così felice»6.

 

Sempre alla Fallaci diceva a conclusione della sua intervista:

«Poi a poco a poco ho capito che si poteva scrivere lo stesso, bastava trovar l’equilibrio, capisce, trovare requie e spazio negli affetti, capisce. Insomma se uno ha davvero necessità di scrivere, scrive lo stesso. E dire io non mi sposo, io non faccio bambini perché voglio scrivere è sbagliatissimo: creda. Uno non si deve privare della vita sennò a un certo punto si inaridisce e non scrive più niente, lo ricordi»7.

 

E queste sono le parole di una donna che ha affrontato i lutti della Storia contemporanea direttamente sulla propria pelle. Una scrittrice straordinaria, con la sua voce secca, genuina, assolutamente inconfondibile.

«Uno non si deve privare della vita sennò a un certo punto si inaridisce e non scrive più niente». Non so voi ma io quando rileggo questa frase mi sento immediatamente più forte: essere sopraffatte da un sentimento che non si conosce, imparare a dominarlo, tornare al proprio mestiere con lo stesso rigore di sempre ma con qualcosa in più, un’esperienza umanamente stravolgente. Ecco, questo mi pare un percorso assolutamente condivisibile, sostenibile, umano. Il senso di smarrimento si supera e si supera anche la sensazione di non riuscire a dedicarsi alle proprie passioni in maniera rigorosa. Balsamo per i miei occhi, balsamo per il mio cuore e per quello di mia figlia.

E spero possano essere balsamo anche per voi, che con me le avete condivise.


1. N. Ginzburg, Le piccole virtù, Einaudi, Torino, 1962, p. 73.
2. Ivi, p. 88.
3. Ivi, p. 83.
4. O. Fallaci, Gli antipatici, Rizzoli, Milano, 2014.
5. Ginzburg, Le piccole virtù, cit, pp. 83-84.
6. Ivi, p. 84.
7. Fallaci, Gli antipatici, cit.

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