Un penny tutto per sé

Come diceva Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé:

 

«Making a fortune and bearing thirteen children – no human being could stand it. Consider the facts, we said. First there are nine months before the baby is born. Then the baby is born. Then there are three or four months spent in feeding the baby. After the baby is fed there are certainly five years spent in playing with the baby. […] If Mrs Seton, I said, had been making money, what sort of memories would you have had of games and quarrels? […] But it is useless to ask these questions, because you would never have come into existence at all. Moreover, it is equally useless to ask what might have happened if Mrs Seton and her mother and her mother before her had amassed great wealth and laid it under the foundations of college and library, because, in the first place, to earn money was impossible for them, and in the second, had it been possible, the law denied them the right to possess what money they earned. It is only for the last forty-eight years that Mrs Seton has had a penny of her own»1.

Ecco, quando ho letto questo saggio per la prima volta ero all’Università e da scrittrice in erba mi concentravo sulla parte romantico-femminista della storia: una donna, per scrivere capolavori, ha bisogno di una stanza tutta per sé.

 Adesso, vent’anni dopo l’Università e quattro anni dopo aver avuto una figlia, ho realizzato (nonostante esistessero già svariate querelle femministe sull’argomento) che in Una stanza tutta per sé Virginia Woolf parla anche di maternità. E in sostanza questa donna, che ha vissuto agli inizi del Novecento, non fa che dire una cosa verissima: «Far fortuna e dare alla luce tredici figli – nessun essere umano ce la può fare». Al di là del fatto che nella società occidentale, nella classe medio-borghese, al momento è abbastanza raro che una donna faccia tredici figli, trovo che in questa frase siano comunque racchiusi i due scabrosi elementi cardine della vicenda: “fare soldi” e  “fare figli”. Due cose di cui un essere umano può o non può occuparsi contemporaneamente? Ed ecco che nella mia testa le parole “a room of one’s own” si trasformano a un tratto in “a penny of her own”.

 Una volta parlavo con un amico, forse dieci se non dodici anni fa, e devo avergli detto qualcosa come: «Se una donna non è economicamente autosufficiente come fa a scrivere? Bisognerebbe avere dei soldi per non dover lavorare e dedicarsi anima e corpo alla scrittura». Mi ricordo che la cosa lo colpì e mi rispose qualcosa come: «Ma stai davvero parlando di soldi?». All’epoca lavoravo in una libreria di catena per potermi mantenere e mi sembrava di dedicare alla scrittura davvero troppo poco tempo.

 A pensarci adesso mi fanno riflettere due cose.

 La prima è quanto sia cambiata, dopo aver avuto una bimba, l’idea di “dedicare troppo poco tempo a qualcosa” al di fuori di lei. «Consider the facts», diceva la Woolf, «Consideriamo i fatti» (e si badi bene, qui si parla di «fatti», non di «opinioni»):

«First there are nine months before the baby is born. Then the baby is born. Then there are three or four months spent in feeding the baby. After the baby is fed there are certainly five years spent in playing with the baby».

Insomma secondo la Woolf per poter arrivare ad avere del tempo per sé (e quindi per poter tornare a lavorare e conseguentemente guadagnare diremo noi), una mamma deve aspettare almeno cinque anni a bambino, poiché in quei cinque anni il suo ruolo è essenziale, deve stare insieme a lui, deve nutrirlo fisicamente («to feed the baby») e poi spiritualmente («play with the baby»). E qui non ci sono santi. Non ci sono sostituti. Queste cose, secondo Virginia Woolf, le deve fare la mamma, punto e basta.

La seconda è che la questione del rapporto tra soldi e donne è e rimane cruciale. Non l’abbiamo risolta, manco per niente. Nel 1928 Virginia Woolf diceva:

«It is only for the last forty-eight years that Mrs Seton has had a penny of her own».

Adesso, il fatto che una donna medio-borghese occidentale lavori e abbia dei soldi propri ci sembra una cosa abbastanza scontata dal punto di vista sociale (disoccupazione a parte), voglio dire non sembra una cosa scandalosa e fuori luogo o peggio «denied by law». Ma io credo che sia ancora maledettamente faticosa se quella donna ha dei figli.

 Che ne pensate? Non vedo l’ora di confrontarmi con voi su questo argomento.


 1) V. Woolf, A room of one’s own, Penguin, Londra, 2004, pp. 25-26.

 

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